Ne è valsa la pena

Eccolo, il libro di cui vi ho parlato nel mio ultimo post, è stato pubblicato. Oltre a farvi vedere qualche pagina del libro, vi faccio un piccolo riassunto di questa esperienza.
Vista dalla tangenziale che da Alba porta alle Langhe, la casa “circondariale” sembra una grande cascina. Come tante altre della zona, quasi si confonde in una campagna piantumata a mais, viti e nocciole. Occorre varcare il cancello di ingresso, passare i controlli della prima portineria, vedersi aprire il primo portoncino di ferro con la feritoia, poi un secondo, e poi un terzo, per capire di essere “dentro”.
Siamo in un quadrilatero di cemento e sbarre di ferro. Ingentilito, nel suo perimetro interno, da filari di vite che disegnano il verde come un dolce ricamo.
Sarà un omone alto e grosso, Sergio, educatore, a farmi conoscere il posto e la sua gente. A calarmi nell’ambiente. I detenuti arriveranno alla spicciolata, quasi incuranti  della mia presenza. Hanno “fretta” di vendemmiare. Sarà un piacere vederli al taglio dell’uva, ancor di più quando posano l’uva raccolta nelle ceste.
Basta guardarli negli occhi, osservare i gesti che compiono mentre vendemmiano per capire quanto sia grande il loro desiderio di redenzione.
Le stesse mani adoperate per commettere reati  ora si muovono agili, “innocenti”, per staccare dalla vite i grappoli di nebbiolo.
E’ una voce che filtra dalle sbarre, prepotente, a riportarmi dentro la realtà delle  carceri: “Vieni qui, fotografa le nostre celle. Viviamo in due, mangiamo, cuciniamo, ci laviamo, andiamo in bagno in un buco di in due metri per tre”.
Ho l’impressione che nel terzo millennio, agiamo, forse,  come  se fossimo ancora all’alba della civiltà: molto spesso ci limitiamo a chiudere sotto chiave i miserabili, vittime della lotteria delle nascite, del colore della pelle, perfino dei pregiudizi, trascurando in buona parte il problema di una vera rieducazione, almeno dove è possibile.
Questo sistema penale non di rado riduce le prigioni al ruolo di discariche sociali. Eppure qui ad Alba mi sembra di aver visto qualche cosa utile e coinvolgente, una via di “fuga” dall’abbrutimento, un’occasione di riscatto umano, psicologico e sociale.

2 Comments Ne è valsa la pena

  1. gino

    Bello il tuo titolo-commento,come il titolo del progetto.In effetti “Vale la pena” (sottinteso lavorare) potrebbe diventare il motto di ogni carcerato e di ogni carcere. Poi ci sarebbe solo da applicarlo.
    In modo che ognuno, a fine pena, potesse uscire dicendo addirittura: “Ne è valsa la pena!”

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